Quello che segue è un articolo del giornalista John Landau, scritto una settimana dopo aver assistito al concerto al Boston Garden del 10 Novembre 1971 a Boston. L’articolo non si sofferma solo sul concerto in se stesso ma prende visione del fenomeno Elvis e di quello che egli ha rappresentato per la generazione degli anni ‘50 e per quello che ancora rappresenta agli inizi degli anni ‘70.
Colui che scrive non è un fans di Elvis ma un semplice giornalista, che apprezza la grinta del giovane Elvis e che emette una critica e una considerazione personale sul personaggio e del suo enorme successo con il suo pubblico.
BOSTON 1971
THE POWER OF ZAZHAM!
Eccolo là, in un vestito nero luccicante di borchie e decorazioni dorate e un mantello arancione; quando ne impugna le estremità e allarga le sue braccia il mantello forma un mezzo sole sotto i suoi arti stesi... ed ecco il vero Re del Rock’n’Roll.
Egli sfila fieramente davanti a 15.000 persone che lo inondano di applausi e dopo aver camminato impettito da una parte all’altra per tutta la lunghezza del palco (quasi come aspettasse di essere psicologicamente pronto all’azione) si volta verso uno dei suoi musicisti che gli passa la sua chitarra acustica. E mentre la sezione ritmica accresce di entusiasmo eccolo, davanti al microfono - imbracciando la sua chitarra senza però suonarla - che comincia a cantare “That’s alright mama, that’s alright for you, just any way you do”.
E’ stata la sua prima vera registrazione di successo ed ora non suona per niente come la versione che registrò 17 anni prima alla Sun Studio di Memphis. In ogni caso, mi sono commosso per il fatto che la stava eseguendo lo stesso...
Dopo una prima parte dello spettacolo che consiste in una fantastica performance delle Sweet Inspirations seguita da una parentesi comica di poco gusto (ad ogni modo ben accettata da pubblico) tenuta da un comico di Las Vegas, ecco che un membro ufficiale dell'Elvis Presley Tour, parlando dal palco ancora buio, chiede alla gente di prendere posto a sedere aggiungendo che:” ... non dovranno esserci assolutamente gruppi di persone nei corridoi tra le file di posti a sedere. E’ obbligatorio che ognuno rimanga al proprio posto in modo che tutti possano vedere lo spettacolo. Queste regole, saranno fatte rispettare dagli uomini della sicurezza”.
Improvvisamente ecco partire la musica del “Theme of 2001” (così ormai viene chiamato nei concerti dei Elvis il tema di apertura tratto dal “Alo Sprach Zarathusthra” - Così parlò Zarathusthra - ) che zittisce l’intera folla del Boston Garden; i fiati, insieme alla sezione corale che li sostiene vanno in un continuo crescendo fino ad arrivare all’ultima nota quando improvvisamente si interrompono lasciando spazio al batterista Ronnie Tutt che parte con la classica rullata allo stile di Gene Krupa e che segna l’inizio vero e proprio del concerto.
Poi, l’intera sezione ritmica comincia a suonare e dopo qualche interminabile secondo di attesa eccolo balzare sul palco (senza discendere da un elicottero attraverso il soffitto, come molti di noi pensavamo) pronto per entrare in azione.
Non appena Elvis mette i piedi sul palco l’intero pubblico rimane abbagliato dall’improvviso accendersi delle luci del palco; ora si possono distinguere bene anche tutti i membri dell’entourage - dai sei uomini della sezione ritmica, ai nove elementi che costituiscono la parte corale, alla sezione fiati di ben venti elementi - tutti riuniti in una perfetta armonia musicale per celebrare la gloria di Elvis Presley, o meglio di Re Elvis, come ora appare.
La magnificenza delle performance live di Elvis è data dal modo “regale” di presentarsi al pubblico; sul palco egli si circonda del meglio che si può trovare sul mercato, senza badare a spese.
Tutt è l’unico vero batterista rock che ho mai visto in azione ed è veramente splendido. E poi, non è da tutti avere sul palco un chitarrista solista del calibro di James Burton o le Sweet Inspiration come parte delle voci coriste.
Non tutti possono permettersi un Road Manager personale che alterna i propri compiti sul palco tra il suonare la chitarra ritmica e cantare come seconda voce, a passare la chitarra le sciarpe e i bicchieri d’acqua alla “star” per la quale lavora; il povero Charlie Hodge, durante la presentazione del gruppo viene sempre introdotto come:”...l’uomo che mi passa l’ acqua e le mie sciarpe...”
Tutti per la più grande gloria di Elvis Presley: ogni persona sul palco, ogni tipo di vestito, strumento, luce, microfono, scenografia e tipo di musica funge da sostegno... nel caso di Elvis Presley la sua musica è un effetto, una conseguenza della sua persona che si è imposta prepotentemente.
Il suo successo lo fa annoverare tra i pochi praticanti dell’Arte della Commedia Musicale Americana; i suoi passati 31 films sono stato un buon tirocinio e gli sono serviti per avere una buona dimestichezza davanti alla macchina da presa così quando lo vediamo oggi, noi stiamo guardando un attore di commedie musicali prima e un puro musicista poi.
quando egli combina questo talento con la sua figura già dotata di una personale sorta di regalità, il risultato è un bellissimo spettacolo di ambientazione moderna.
Elvis Presley ha vissuto il meglio della vita da superstar dello spettacolo ed è sopravvissuto nel suo modo di essere grazie anche al suo senso dell’umorismo; i Beatles hanno avuto moltissima popolarità, ma loro erano un gruppo, Elvis invece è solo e si cimenta in un puro e semplice faccia a faccia con il suo pubblico e quando cammina sul palcoscenico, è lui e lui solo il soggetto della maniacale, incontrollata, irrazionale adulazione che era poi la caratteristica primaria dello Star-System americano.
La celebrità, di qualsiasi tipo e in qualsiasi tempo, è l’obiettivo che in molti casi però, una volta raggiunto, ci si rivolta contro trasformandosi in un onere in un pesante fardello.
Personalmente, penso che la celebrità è l’arma che porta all’ ”assassinio” delle rock star, giovani, pazze e accecate da quel desiderio di ottenerla a tutti i costi.
E anche se i segni di autodistruzione nella vita dei musicisti rock stanno incrementando mostruosamente, sia i fans che la stampa continuano a glorificare questo tipo di musica mentre i musicisti continuano a vivere e a morire per essa.
E proprio perchè le star crescono come “entità” create dall’opinione pubblica, la celebrità diventa alle volte improduttiva e antitetica per la crescita artistica personale. Il prezzo da pagare per riuscire a tenere un vasto pubblico diventa la necessità di soddisfarlo in continuazione; parte del grandissimo successo di Dylan, è dato dal suo continuo “amoreggiamento” con il suo pubblico ma anche per la sua capacità di saperlo respingere nei giusti modi e di non cedere alle sue continue ed estenuanti richieste.
Elvis invece, rimane di vecchie abitudini; egli ha i suoi spettatori e loro hanno lui, egli li ama come loro lo amano e il suo scopo è quello di gratificarsi della loro soddisfazione, mai di cercare di gratificare il pubblico con la sua soddisfazione.
Elvis è troppo vecchio per “imitare” il suo passato e così non pretende di essere quell’adolescente di un tempo con quell’indomabile energia. E neanche può continuare a tenere testa a tutte quelle persone che lo vedono così “a posto”; egli deve assolutamente “tagliare” l’ adorazione che il suo pubblico ha per lui come del resto deve lasciarsi alle spalle il suo personale narcisismo se vuole preservare il suo equilibrio e la sua ragionevolezza.
L’unica cosa che Elvis non vuole ai suoi concerti sono quegli incontrollati momenti di fanatismo che provocano danni e che ormai sono una costante nei concerti degli artisti di fine anni ‘60 inizio ‘70. Egli ha avuto il suo pubblico prima, sa come eccitarlo, può averlo anche oggi se vuole ma controllare intelligentemente la sua performance per essere sicuro che non accadano spiacevoli inconvenienti.
Egli vuole che i suoi fans si divertano e lui con loro; sa bene che ora la gran parte di loro sono di mezza età e quindi vuole che abbiano un tipo di divertimento di mezza età. E così le sue performances diventano un mix di puro e professionale canto, unito a recitazione, a farsa, burla. La sua intelligenza si riflette nel suo controllo: non eccede mai in una direzione per questa ragione non perde mai la sua padronanza sul palco, dall’inizio fino al termine dello show.
E quando finalmente se ne va, l’ovazione è enorme ma quando le luci si accendono, il pubblico divertito ed esultante dopo aver gridato e applaudito per tutto lo spettacolo, è ancora tutto compostamente seduto al proprio posto.
Quello che realmente mi ha sorpreso al concerto è stato il mio totale coinvolgimento insieme ad Elvis, tutto ciò che ho potuto carpire dal suo modo di essere ed il realizzare la sua maestria ed estrema professionalità artistica nel realizzare un così difficile ed estremamente trascinante rappresentazione “teatrale”.
Mentre cantava con voce più bassa che mai , mi venivano in mente le sue prime registrazioni quando interpretava “That’s All Right” con quella bellissima e vulnerabilissima voce colma di una “verve” insospettabile, ma eccolo improvvisamente partire con “I Got A Woman” che era seguita dopo un “falso finale” da “Amen” per poi ritornare poderosa in “I Got A Woman”.
Un semplice “Thank You” ed eccolo proiettato in “Proud Mary”; e quando insieme al coro canta “We’re rolling, rolling, rolling on the river” ecco che il suo corpo comincia ad agitarsi e a contorcersi insieme ad un vorticoso roteare del braccio destro.
Fino a quel momento erano passati solo dieci minuti ed era stato un “tour de force” di teatricità, professionalità e di grande musica. A dispetto di quello che avevo sentito sul suo conto, egli cantava così bene, così naturalmente e senza un attimo di esitazione; ha cantato come un angelo e si muoveva come una ballerina e mi ha lasciato esterrefatto.
Dopo molti numeri alcuni movimentati ed alcuni calmi che tenevano il pubblico ben saldo ai propri posti eccolo entrare in quello che pensavo fosse il finale: Suspicious Minds: eccolo nell’interpretazione veloce di questo brano che precedentemente eseguiva più lentamente. Un bellissimo pezzo - il meglio che Presley ha fatto da quando si era fermato per produrre solamente gli album delle colonne sonore dei suoi films - al termine del quale capivi che a tenere sotto controllo la gran parte della musica di quella sera c’era un uomo con una fortissima abilità naturale, talento e anima che mi ero sempre aspettato di vedere sul palco di qualsiasi concerto rock.
Egli finiva Suspicious Minds con una serie di mosse di karate, eseguite con l’accompagnamento di Tutt alla batteria.
Subito dopo, come una locomotiva si gettava negli ultimi quattro pezzi, tutti successi recenti, culminando con una bella versione di “I Can’t Help Falling In Love With You” durante la quale Charlie Hodge fissava il mantello sulle sue spalle; Elvis stese le braccia così che quell’arancione fiammeggiante formasse quel mezzo sole sotto di lui per innalzare ancora una volta la sua gloria.
Guardò il pubblico da ogni lato del palco e poi uscì.
Per uno dei pochi momenti della mia memoria recente, sono stato testimone di una performance che mi ha lasciato completamente soddisfatto.
In un recente “Ed Sullivan Show” venivano mostrati alcuni filmati d’epoca di Presley mentre cantava “Hound Dog” nel 1956; egli era grande e unico ma quella performance era ridicola e appariva come un’assurda parodia di se stesso.
Presley fece grandi dischi diciassette anni fa ma a suo modo, egli è cresciuto come artista ed ogni uomo che può fare uno show come quello che ho visto settimana scorsa, non deve chiedere scusa a nessuno per non cantare i vecchi successi o i brani che qualcuno vorrebbe che facesse.
Presley non ha guardato indietro e non ha mai smesso di crescere. Come già quindi anni fa, egli è un puro riflesso della cultura popolare Americana.
Egli è da un lato grezzo, eccessivo, vanitoso, narcisista e violento dall’altro, incredibilmente competente e professionale, impretenzioso, esilarante, innato fisicamente e dotato di talento nei più naturali e personali sensi possibili.
Egli è una artista differente da com’era quindici anni fa, ma per me, non importa se la sua carriera ha avuto dei momenti di frustrazione e delusione, perchè egli rimane un artista; un artista Americano e uno che noi siamo orgogliosi di riconoscere come nostro!